Testimonianze

Scampata alle persecuzioni
Testimonianza di Annamarcella Falco Tedeschi

La deportazione
Testimonianza di Liliana Segre


Il Viaggio
Testimonianza di Liliana Segre

Avevo 14 anni
Testimonianza di Goti Bauer


Considerazioni di una sopravvissuta
Testimonianza di Goti Bauer


Quella che io chiamo la mia guerra è iniziata nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali fasciste
Testimonianza di Gianfranco Moscati


Il Viaggio


Testimonianza di Liliana Segre

Negli ultimi giorni di gennaio [1944] il quinto raggio del carcere di San Vittore si era riempito di ebrei che arrivavano da tutta Italia: eravamo circa settecento.
Nella nostra cella entrarono timidamente due sposini di Torino, Aldo e Bianca Levi, quasi a chiederci scusa della forzata ospitalità. Si sistemarono sulla branda dove dormiva Papà; lui si mise sul pagliericcio, per terra, vicino a me. Dormivamo pochissimo, stavamo zitti per non disturbare gli altri. Faceva freddo, dormivamo vestiti.
Aspettavamo notizie. Nell’attesa fingevamo un distacco benevolo, quasi ottimista. In realtà non parlavamo che del nostro destino e un’ansia devastante trasformava ogni nostra azione, anche la più sciocca, in un caso irripetibile.
A un certo punto, credo nel pomeriggio, entrò nel raggio un tedesco che lesse i nomi di quelli che sarebbero partiti il giorno dopo per ignota destinazione. Erano circa 650 nomi, non finiva più. Pochissimi furono i “non chiamati”, quasi tutti coniugi o figli di matrimonio misto.
Rino Ravenna, sentito il suo nome, senza una parola si allontanò dal gruppo dei condannati. Sul paletot nero, ormai impolverato e grigiastro, risaltava il collo di canapina dal quale i nostri aguzzini avevano strappato la guarnizione di astrakan.
Poco dopo sentimmo un tonfo sordo. Si era buttato giù dal ballatoio dell’ultimo piano ed era morto sul colpo, là, sull’impiantito del raggio. Era sfuggito al viaggio.
Noi tutti ci preparammo a partire; ci furono distribuiti dei cestini di carta con sette porzioni di gallette, sette di mortadella, sette di latte condensato. Perché sette? Perché sette? Come facevo a guardare mio Papà? Come facevo a chiedergli la ragione di quello che ci stava accadendo?
In quelle ultime ore a San Vittore tacevo, ma ogni tanto mi allontanavo da Lui, correvo come una pazza su su fino alle grandi celle comuni dell’ultimo piano per vedere tutta quella gente sconosciuta che si preparava a partire, con gesti uguali. Era la deportazione annunciata, ne facevo parte anch’io, la principessa del mio Papà.
La mattina dopo, era il 30 gennaio 1944, una lunga fila silenziosa e dolente uscì dal quinto raggio per arrivare al cortile del carcere. Attraversammo un altro raggio di detenuti comuni. Essi si sporgevano dai ballatoi e ci buttavano arance, mele, biscotti, ma, soprattutto, ci urlavano parole di incoraggiamento, di solidarietà e benedizioni!
Furono straordinari. Furono uomini che, vedendo altri uomini andare al macello solo per la colpa di essere nati da un grembo e non da un altro, ne avevano pietà.
Fu l’ultimo contatto con esseri umani.
Poi, caricati violentemente su camion, traversammo la città deserta e, all’incrocio di via Carducci vidi la mia casa di corso Magenta 55 sfuggire alla mia vista dall’angolo del telone: mai più. Mai più.
Arrivati alla Stazione Centrale, la fila dei camion infilò i sotterranei enormi passando dal sottopassaggio di via Ferrante Aporti; fummo sbarcati proprio davanti ai binari di manovra che sono ancor oggi nel ventre dell’edificio.
Il passaggio fu velocissimo: SS e repubblichini non persero tempo: in fretta, a calci, pugni e bastonate, ci caricarono sui vagoni bestiame. Non appena un vagone era pieno, veniva sprangato e portato con un elevatore alla banchina di partenza.
Fino a quando le vetture furono agganciate, nessuno di noi si rese conto della realtà. Tutto si era svolto nel buio del sotterraneo della stazione, illuminato da fari potenti nei punti strategici, fra grida, latrati, fischi e violenze terrorizzanti.
Nel vagone era buio, c’era un po’ di paglia per terra e un secchio per i nostri bisogni.
Il treno si mosse e sembrò puntare verso Sud. Andava molto piano, fermandosi a volte per ore. Dalle grate vedevamo la campagna emiliana nelle brume dell’inverno e stazioni deserte dai nomi familiari.
Gli adulti dimostravano un certo sollievo, visto che il treno non era diretto al confine, ma alla sera ci fu un’inversione di marcia e quella notte nessuno dormì.
Tutti piangevano, nessuno si rassegna-
va al fatto che stavamo andando verso Nord, verso l’Austria. Era un coro di singhiozzi che copriva il rumore delle ruote.
All’alba il treno si fermò e con sgomen-to vedemmo scendere i ferrovieri italia-ni e salire i sostituti, forse austriaci, forse tedeschi.
Dai vagoni piombati saliva un coro di urla, di richiami, di implorazioni: nessuno ascoltava. Il treno ripartì.
Il vagone era fetido e freddo, odore di urina, visi grigi, gambe anchilosate, non avevamo spazio per muoverci.
I pianti si acquietavano in una disperazione assoluta.
Io non avevo né fame né sete; mi prese una specie di inedia allucinata come quando si ha la febbre alta; quando riuscivo a riflettere pensavo che, forse, senza di me, Papà avrebbe potuto scappare da San Vittore, saltare quel muro come aveva proposto Peppino Levi, o forse no. Mi stringevo a Lui, che era distrutto, pallido, gli occhi cerchiati di rosso di chi non dorme da giorni. Mi esortava a mangiare qualcosa, aveva ancora per me una scaglia di cioccolato. La mettevo in bocca per fargli piacere, ma non riuscivo ad inghiottire nulla.
Nel centro del vagone si formò un gruppo di preghiera: alcuni uomini pii, fra i quali ricordo il signor Silvera, si dondolarono a lungo recitando i Salmi. Mi sembrava che non finissero mai: erano i più fortunati.
Le ore passavano, così le notti e i giorni, in un’abulia totale: era difficile calcolare il tempo. Pochissimi avevano ancora un orologio e anche quei pochi privilegiati non lo guardavano più. Ogni tanto vedevo qualcuno alzarsi a fatica e cercare di capire dove fossimo, guardando dalle grate, schermate con stracci per riparare dal gelo quel carico umano. Si vedeva un paesaggio immerso nella neve, si vedevano casette civettuole, camini fumanti, campanili…
Prima che cominciasse la Foresta Nera, il treno si fermò e qualcuno poté scendere tra le SS armate fino ai denti, per prendere un po’ d’acqua e vuotare il secchio immondo. Anch’io e il mio Papà scendemmo e vedemmo per la prima volta, scritto col gesso sul vagone: “Auschwitz bei Katowice”.
Capimmo che quella era la nostra meta. Il treno ripartì quasi subito e la notizia della nostra destinazione gettò tutti in una muta disperazione.
Fu silenzio nel vagone in quegli ultimi giorni. Nessuno più piangeva, né si lamentava. Ognuno taceva con la dignità e la consapevolezza delle ultime cose. Eravamo alla vigilia della morte per la maggior parte di noi. Non c’era più niente da dire. Ci stringevamo ai nostri cari e trasmettevamo il nostro amore come un ultimo saluto.
Era il silenzio essenziale dei momenti decisivi della vita di ognuno.

Poi... poi, all’arrivo fu Auschwitz e il rumore assordante e osceno degli assassini intorno a noi.


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