Testimonianze
Scampata
alle persecuzioni
Testimonianza di Annamarcella Falco Tedeschi
La
deportazione
Testimonianza di Liliana Segre
Il Viaggio
Testimonianza di Liliana Segre
Avevo
14 anni
Testimonianza di Goti Bauer
Considerazioni
di una sopravvissuta
Testimonianza di Goti Bauer
Quella
che io chiamo la mia guerra è iniziata nel 1938, con la promulgazione
delle leggi razziali fasciste
Testimonianza di Gianfranco Moscati
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La
deportazione
Testimonianza
di Liliana Segre
| Avevo
13 anni nel 1943 e conoscevo da cinque la persecuzione, perché
una sera di fine estate del 1938, cinque anni prima, mio papà
mi spiegò con dolcezza che non avrei più potuto
andare a scuola, in via Ruffini, poiché ero una bambina
ebrea e c’erano delle nuove leggi che mi impedivano
di continuare la mia vita come prima. Eravamo diventati cittadini
“di serie B”. Cominciò una nuova vita,
una nuova scuola; sentivo crescere le preoccupazioni, vedevo
i visi dei miei familiari intristiti, a volte umiliati da
situazioni che non mi venivano spiegate, ma che io intuivo
dolorosamente.
Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca
dell’Italia settentrionale, furono le leggi di Norimberga
a condannarci. Mio papà decise di mettermi in salvo:
mi procurò documenti falsi e mi affidò ad amici
eroici che rischiarono la vita per nascondermi. Allora lasciai
per sempre la mia casa e i miei nonni. Dopo qualche tempo
mio papà ed io cercammo di fuggire in Svizzera. Eravamo
in balìa di contrabbandieri esosi e senza scrupoli.
Con grande fatica passammo il confine sulle montagne dietro
a Viggiù e arrivammo in Svizzera. |
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Liliana Segre in vacanza nell’estate del 1943.
Pochi mesi dopo, questa ragazzina sarebbe stata deportata
ad Auschwitz. Gli ebrei italiani vivevano da perseguitati
fin dal 1938 a causa delle leggi razziali fasciste.
Con l’occupazione nazista, dopo l’8
settembre 1943, non ebbero più scampo: iniziò
una vera e propria caccia all’uomo. Liliana Segre
aveva allora 13 anni e viveva a Milano con il padre
Alberto e i nonni. Tentarono di espatriare, ma vennero
respinti dagli svizzeri alla frontiera. Furono arrestati,
tradotti in carcere e infine deportati ad Auschwitz.
Solo Liliana miracolosamente sopravvisse. Da anni testimonia
nelle scuole e nelle università perché
quelle tragiche vicende non siano dimenticate.
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Il sogno durò poco: pochi passi in un bosco
e ci imbattemmo in una sentinella che ci accompagnò al vicino
comando. Là un ufficiale svizzero-tedesco non volle sentire
né ragioni, né suppliche e ci rimandò indietro.
A 13 anni entrai da sola nel carcere di Varese, piangendo disperatamente.
Poi fui a Como; poi a Milano, a San Vittore. Qui ero con mio papà.
Il quinto raggio era destinato ai prigionieri ebrei: tutti ammassati
in attesa della deportazione annunciata. Guardavo piazza Aquileia
dietro i finestroni schermati.
Alla fine di gennaio un implacabile appello scandì anche
i nostri nomi. Caricati su un camion, attraversammo Milano e fummo
portati alla Stazione Centrale, dove nel sotterraneo era pronto
per noi un treno merci. Fummo fatti salire a calci e pugni e piombati
nei vagoni. Il viaggio durò una settimana. Eravamo ammassati
l’uno sull’altro; un secchio per gli escrementi e un
po’ di paglia per terra, senza né luce, né acqua.
All’alba del 6 febbraio il treno si fermò ad Auschwitz.
Ricordo il rumore osceno e assordante degli assassini intorno a
noi, i fischi, i latrati; ricordo i comandi e ricordo quando fui
separata per sempre da mio papà. Con altre 30 ragazze italiane,
spaurite, stupite da questo destino, entrammo nel grande lager femminile
di Birkenau. Era una città fantasma: una distesa senza fine
di baracche spaventose. Il primo giorno fummo denudate, rapate a
zero e ci fu tatuato un numero sul braccio. Questo numero sostituiva
allora il nostro nome, ma è diventato negli anni una parte
di me; si identifica per me con il dolore puro, con il violento
cambiamento di ruolo che dovetti subire, da figlia a ragazzina disgraziata
e sola in un lager.
Imparai in fretta che lager significava morte, fame, freddo, botte,
punizioni; significava schiavitù, umiliazioni, torture, esperimenti.
Fui mandata a lavorare in una fabbrica di munizioni che non si fermava
mai, perché lavorava per la guerra. Ci facevano marciare
cantando fino alla fabbrica e ritorno, al suono della orchestrina
delle prigioniere violiniste. Sentivamo sulla strada dei rumori
familiari: suono di campane, di aerei di passaggio, ma eravamo dimenticati
dal mondo fuori dal campo. Se incrociavamo dei giovani della Hitlerjugend,
questi ci sputavano addosso e ci insultavano.
Le sorveglianti donne erano ancora più crudeli degli uomini;
avevano potere di vita e di morte sulle prigioniere e si scatenavano
su di noi con ingiustificata violenza. Vivevo con una incessante
paura, mi chiudevo sempre di più in me stessa, cercando di
essere invisibile. Sul mio corpo di adolescente la pelle era cascante
e le ossa sporgevano da tutte le parti. Non sapevamo che giorno
e che ora fosse, non potevamo avere notizie di nessun genere. Vivevamo
in assoluta promiscuità, senza rimanere un attimo sole. Dormivamo
in 5, 6 per giaciglio, utilizzando i nostri zoccoli come cuscino.
Ci servivamo dei gabinetti in 20, 30 contemporaneamente e, senza
un cucchiaio, dovevamo inghiottire a sorsate, come animali, la zuppa
orrenda che ci veniva data una volta al giorno. La lotta per la
sopravvivenza era senza quartiere: le prigioniere affamate e disperate
avrebbero fatto qualunque cosa per un pezzo di pane. Passavano i
mesi e noi obbedivamo ciecamente agli ordini, poiché volevamo
vivere. Cercavamo di non perdere almeno il nostro cervello. Io tentavo
di sdoppiarmi, immergendomi in un mondo irreale e mi sforzavo di
non vedere e di non sentire. Di non vedere i cadaveri nudi e scheletriti,
ammucchiati in attesa di essere bruciati; di non vedere le punizioni,
la fiamma del camino, la neve sporca, i fili spinati percorsi da
corrente elettrica. Di non sentire di notte le grida, i fischi,
i comandi urlati; i racconti delle altre prigioniere sulle atrocità
viste o subite.
Alla fine del gennaio 1945, con l’avvicinarsi dei russi, il
campo fu in parte distrutto dai nazisti in fuga e tutti i prigionieri
in grado di muoversi furono evacuati verso altri campi. Fui avviata
con altre disgraziate come me, a piedi, sulle strade della Germania.
Non mi voltavo a guardare le compagne che cadevano e che venivano
finite con una fucilata alla testa. Andavo avanti e comandavo alle
mie gambe di camminare. La strada era disseminata di morti senza
tomba. Ci buttavamo sugli immondezzai e ci riempivamo come pazzi
di qualunque cosa. Arrivai al campo di Ravensbrück e poi ancora
altri campi, fino alla primavera del 1945. Vive per miracolo, scheletri
senza parvenza di femminilità, vedemmo fuggire i nostri aguzzini
e giungere gli americani da una parte e i russi dall’altra.
Eravamo testimoni della Storia che cambiava sotto i nostri occhi,
sconvolte, stanchissime ed emozionate.
Tornai a Milano dopo mesi, quando gli americani riuscirono a organizzare
il rientro, dopo averci diviso per nazionalità. Nell’agosto
del 1945 arrivai, in un camion americano in piazza Cadorna. Mi avviai
alla mia casa di corso Magenta per vedere se
c’era qualcuno dei miei, ma le finestre rimasero chiuse per
sempre.
Liliana Segre, nata e cresciuta a Milano, deportata
e sopravvissuta al campo di sterminio di Auschwitz
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