Testimonianze

Scampata alle persecuzioni
Testimonianza di Annamarcella Falco Tedeschi

La deportazione
Testimonianza di Liliana Segre


Il Viaggio
Testimonianza di Liliana Segre

Avevo 14 anni
Testimonianza di Goti Bauer


Considerazioni di una sopravvissuta
Testimonianza di Goti Bauer


Quella che io chiamo la mia guerra è iniziata nel 1938, con la promulgazione delle leggi razziali fasciste
Testimonianza di Gianfranco Moscati


Avevo 14 anni


Testimonianza di Goti Bauer

Dopo anni dedicati a testimoniare nelle scuole le vicende della Shoah, Goti Bauer ha accettato di rilasciare il messaggio che segue nella speranza che le sue parole lascino un segno nei giovani di oggi.

Avevo 14 anni quando nel 1938 la nostra vita che, fino ad allora era stata perfettamente integrata nella società, fu sconvolta dalle leggi razziali. Leggi che ci privarono da un giorno all’altro dei più sacrosanti diritti civili, quelli che consentono ai giovani di frequentare le scuole, ai loro padri di esercitare le loro professioni.
Vivevo a Fiume con i miei genitori e un fratello di 12 anni. Fummo emarginati: solo pochi ci dimostrarono solidarietà mentre la maggioranza della popolazione fu del tutto indifferente al dramma che stavano vivendo. Per opportunismo o per totale insensibilità era più comodo far finta di non vedere adeguarsi alle disperazioni governative.
Nel 1943, quando dopo l’8 settembre i tedeschi invasero l’Italia ed estesero qui da noi le loro leggi antiebraiche, la nostra condizione divenne tragica.


Questa pagina del più importante quotidiano nazionale segnò l’inizio della tragedia di tanti italiani di religione ebraica.

Avevo 14 anni quando nel 1938 la nostra vita che, fino ad allora era stata perfettamente integrata nella società, fu sconvolta dalle leggi razziali. Leggi che ci privarono da un giorno all’altro dei più sacrosanti diritti civili, quelli che consentono ai giovani di frequentare le scuole, ai loro padri di esercitare le loro professioni.
Vivevo a Fiume con i miei genitori e un fratello di 12 anni. Fummo emarginati: solo pochi ci dimostrarono solidarietà mentre la maggioranza della popolazione fu del tutto indifferente al dramma che stavano vivendo. Per opportunismo o per totale insensibilità era più comodo far finta di non vedere adeguarsi alle disperazioni governative.
Nel 1943, quando dopo l’8 settembre i tedeschi invasero l’Italia ed estesero qui da noi le loro leggi antiebraiche, la nostra condizione divenne tragica. Si veniva arrestati per strada, spesso denunciati da ignobili individui che, pur di intascare la squallida taglia che c’era su ogni ebreo, non si ponevano problemi di coscienza.
Intere famiglie, neonati, malati, centenari inclusi venivano prelevati di notte dalle case e sparivano nel nulla. Disperatamente ognuno cercava una qualsiasi via di scampo: pochi fortunati trovavano ospitalità presso generosi amici che affrontavano il rischio di severe punizioni pur di soccorrerli, c’è chi trovò rifugio nei conventi, altri, noi tra questi, cercarono di mascherare la propria identità attraverso documenti falsi. Una copertura alquanto precaria in un clima sospetto e di terrore qual era quello di allora in cui in ogni luogo e in ogni momento potevi essere fermato e interrogato sui dati che su quella carta figuravano. E quando ogni minima esitazione nella risposta equivaleva a un’autodenuncia.
Cercammo allora di trovar rifugio in Svizzera dove, prima di noi, molti erano riusciti a trasferirsi. Ci rivolgemmo a un’organizzazione di Milano che, dietro lauto compenso, aiutava chi era in pericolo a varcare clandestinamente il confine. Purtroppo le cose andarono male: a Varese fummo affidati a due guide, contrabbandieri che conoscevano ogni nascosto sentiero di montagna attraverso il quale accompagnare i fuggitivi. Ci portarono a Ghirla e da lì, dopo ore di faticato cammino, durante il quale, spudoratamente, ci avevano rassicurati e illusi, arrivammo a Cremenaga dove ci tradirono. Sì, proprio lì, sul confine, ci consegnarono ai militi della Guardia di Finanza italiana. Era un losco tranello in cui, notte dopo notte, cadevano intere famiglie in cerca di salvezza.
Cominciò allora il nostro calvario finale: le SS che vennero a prenderci e ci condussero da un carcere all’altro. La locanda di Ponte Tresa che fungeva da quartier generale, poi Varese, Como e San Vittore qui a Milano. Infine il convoglio di vagoni bestiame sprangati che da Fossoli partì il 16 maggio 1944 per destinazione ignota. Una settimana di orribile viaggio, di indescrivibile sofferenza, fisica e morale, dopo la quale approdammo a Birkenau, il lager di Auschwitz dove erano state allestite le poderose strutture di sterminio.

Goti Bauer


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