Testimonianze
Scampata
alle persecuzioni
Testimonianza di Annamarcella Falco Tedeschi
La
deportazione
Testimonianza di Liliana Segre
Il Viaggio
Testimonianza di Liliana Segre
Avevo
14 anni
Testimonianza di Goti Bauer
Considerazioni
di una sopravvissuta
Testimonianza di Goti Bauer
Quella
che io chiamo la mia guerra è iniziata nel 1938, con la promulgazione
delle leggi razziali fasciste
Testimonianza di Gianfranco Moscati
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Scampata
alle persecuzioni
Testimonianza
di Annamarcella Falco Tedeschi
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Annamarcella Falco Tedeschi con i suoi
compagni del Liceo Manzoni di Milano (anno scolastico 1937/1938).
Aveva 15 anni e frequentava la V ginnasio. |
In seguito alle Leggi antiebraichei gli ebrei dovettero
lasciare le scuole pubbliche. Alcune Comunità ebraiche, come
quella di Milano, organizzarono scuole per far studiare i propri
ragazzi.
Ecco la testimonianza di Annamarcella Falco Tedeschi, studentessa
in quegli anni a Milano, nella scuola ebraica di via Eupili.
Posso dire di essere milanese, benché non
sia nata a Milano, ma vi sia arrivata piccolissima da Parma, dove
mio padre insegnava diritto ecclesiastico in quell’Università.
Ma anche Parma costituiva solo una tappa nella mia famiglia; le
mie radici sono frastagliate: mia madre proveniva da un’antica
famiglia ebraica ferrarese, i Ravenna, mentre quella di mio padre,
Mario Falco, era torinese da molte generazioni, probabilmente proveniente
da Gerona in Spagna.
Mio padre iniziò a insegnare all’Università
di Milano dalla sua fondazione nel 1924 e da allora la nostra famiglia
divenne milanese a tutti gli effetti, mentre i miei ricordi delle
prime classi elementari non sono dei più brillanti. Sia io
che mia sorella, di cinque anni minore di me, passammo gli anni
delle elementari studiando privatamente. In prima media (allora
si diceva prima ginnasio) entrai al Ginnasio Manzoni e lì
trascorsi cinque ottimi anni. Forse la scuola mi sembrava così
bella perché finalmente me l’ero conquistata. Il fatto
di essere ebrea non creava la minima discriminazione; c’erano
altre bambine ebree in classe: “uscivamo” all’ora
di religione e ben presto fu organizzata un’ora sostitutiva
di ebraismo a cui partecipavamo noi ragazzini ebrei, magari riunendo
varie classi insieme.
La nostra famiglia viveva in quello che sembrava un perfetto equilibrio:
mio padre insegnava diritto ecclesiastico, ma era anche consigliere
della Comunità Ebraica di Milano; mia madre era vice-presidente
dell’Associazione Donne Ebree d’Italia (l’attuale
Adei Wizo) e dirigeva un giornaletto per ragazzi “L’Israel
dei Ragazzi”, già esistente da molti anni; quanto a
me ero molto legata con alcune compagne di classe, naturalmente
cattoliche… Tutto proseguì serenamente fino al 1938
quando, quasi di soppiatto, sui giornali cominciarono a fare capolino
frecciate antiebraiche e la parola “razza” (uscì
una rivista intitolata appunto La difesa della razza) a imitazione
di quanto ormai da tempo accadeva nell’alleata Germania. La
prima mossa ufficiale si ebbe il 14 luglio con la pubblicazione
del “Manifesto della Razza”, opera tra l’altro
del professor Nicola Pende che comunicava appunto nella rivista
che “gli ebrei non appartenevano alla razza italiana”.
Per noi fu un’estate pesantissima: eravamo in vacanza a San
Vito di Cadore e ogni mattina si apriva il giornale con il batticuore.
E ogni volta c’era qualche amarezza; va ricordato che cos’erano
i giornali a quell’epoca: sotto il fascismo non esisteva la
possibilità di opposizione o di critica e il tono di tutta
la stampa era identico. Mio padre riceveva lettere e visite incoraggianti
da colleghi cattolici: erano i suoi amici antifascisti come lui,
(primi tra tutti il professor Piero Calamandrei e il professor Carlo
Arturo Jemolo) che gli esprimevano solidarietà. Ma questo
non bastava a rasserenarci né a rassicurarci.
Il 5 settembre (eravamo appena rientrati a Milano) la situazione
si fece drammatica; il Regio decreto legge n. 1390, pubblicato in
quel giorno, era esplicito: da quel momento ai docenti e agli studenti
di origine ebraica era vietato accedere alle scuole di ogni ordine
e grado. Per la nostra famiglia fu una mazzata tremenda. Mio padre
veniva “messo in pensione” e a me veniva precluso l’ingresso
a scuola. Ho passato prove durissime nella mia vita, in seguito,
ma quella volta mi sembrò che il mondo mi crollasse addosso.
Le mie compagne di scuola (la mamma mi aveva detto “aspetta
che ti chiamino loro”) non si facevano vive; e – cosa
veramente incredibile – anche le più intime sembravano
dissolte nel nulla. Quello che è diventato mio marito, Enrico
Tedeschi, invece, che frequentava il Ginnasio Parini, ebbe eccezionali
manifestazioni di solidarietà in particolare da parte del
suo compagno Marco Vercesi, figlio dell’avvocato Galileo Vercesi,
uno dei “martiri di Fossoli”.
Nella Comunità ebraica, dopo i primi momenti di sbandamento,
si cominciò ad agire: con la collaborazione di numerosi volenterosi
“padri di famiglia” iniziò una frenetica corsa
con il tempo e con gli spazi per creare le scuole superiori per
i ragazzi ebrei; già da alcuni anni funzionavano nelle due
villette di via Eupili 6/8, al Sempione, gli asili e le scuole elementari.
Il presidente della Comunità, Comandante Federico Jarach,
con la stretta collaborazione di mio padre (assessore della stessa),
invitò il professor Yoseph Colombo, ex-preside del Liceo
Scientifico di Ferrara, e rimasto perciò “disoccupato”,
a prendere le redini dell’iniziativa. Nella scuola, oltre
che gli spazi, mancava tutto, ma vi erano tanti professori rimasti
anch’essi senza lavoro e il miracolo si verificò: il
7 novembre, a due mesi dalla promulgazione delle Leggi Razziali,
le scuole medie e superiori iniziarono l’attività.
Ricordo quei primi giorni come giorni di felicità: nonostante
tutto ci eravamo riusciti e credo che nessun ragazzo sia mai andato
a scuola con la gioia con cui ci andavamo noi; non andavamo a scuola
obbligati dai genitori come tutti i ragazzini del mondo, la scuola
ce l’eravamo conquistata.
Scoprimmo nuovi orizzonti, stringemmo nuove amicizie: la situazione
comune le rendeva più facili. Più tardi vennero organizzati
(nelle inesauribili cantine di via Eupili) anche due corsi universitari,
uno di chimica ed uno di diritto ed economia, per i quali furono
coinvolti docenti universitari di alto livello, e che a guerra finita
furono riconosciuti dalle autorità accademiche.
Quanto a me, partecipai brevemente al corso di chimica, poi le vicende
tragiche ebbero il sopravvento. Nell’autunno del 1942 fui
per alcuni mesi precettata (come molti ragazzi ebrei) come operaia
allo “Scatolificio Ambrosiano”, mentre altre ragazze
lavorarono in una fabbrica di borracce e i ragazzi furono adibiti
alla sezione “orti e giardini” del Comune di Milano.
Ma si trattò di episodi di breve durata, travolti prima dai
bombardamenti e poi dalle tragiche vicende dell’autunno del
1943.
Personalmente, con la mia famiglia “sfollai” (si diceva
così!) a Ferrara nella casa dei nonni. Dopo l’8 settembre
(armistizio) la situazione andò precipitando. Mio padre,
minato dalle ansie, morì di infarto e al suo funerale, al
Cimitero ebraico di Ferrara, il 7 ottobre 1943, erano presenti poco
più di una decina di eroiche persone: proprio il giorno precedente
era stata fatta una prima retata di ebrei ferraresi tra i quali
il rabbino stesso Leone Leoni.
Il seguito della storia mia, di mia madre e mia sorella ha aspetti
miracolosi: il professor Jemolo (il grande amico di mio padre),
ignaro della sua morte scriveva cartoline che incredibilmente conservo
in cui invitava ad andare a Roma dove si sperava che la “liberazione”
sarebbe arrivata prima che al nord. Dopo molte esitazioni, partimmo
ignare di quanto nel frattempo era avvenuto proprio a Roma e cioè
della terribile retata del 16 ottobre.
Nonostante ciò l’accoglienza della famiglia Jemolo
(il professore, la moglie e i tre figli) fu stupenda: non ebbero
un attimo di esitazione e ci accolsero in casa dichiarando alla
portinaia e a chi ci stava intorno che eravamo parenti provenienti
da Napoli. Ci fornirono documenti di identità falsi e grazie
al loro eroico comportamento, alla loro straordinaria ospitalità
e disponibilità vivemmo presso di loro fino al giorno della
Liberazione di Roma, avvenuto il 4 giugno 1944.
Annamarcella
Falco Tedeschi
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