I Giusti tra le Nazioni


La storia dei Giusti è nella tradizione ebraica. 
Si racconta che in qualsiasi momento della storia dell'umanità ci siano sempre 36 Giusti al mondo. Nessuno sa chi siano, nemmeno loro stessi, ma sanno riconoscere le sofferenze e se ne fanno carico, perché sono nati Giusti e non possono ammettere l'ingiustizia. E' per amor loro che Dio non distrugge il mondo.


Nel buio della barbarie nazista, molte migliaia di non ebrei rischiarono e spesso persero la vita per salvare quella di un ebreo, di una famiglia ebraica, o di intere comunità.
Donne e uomini come tanti, che sapevano perfettamente a che cosa andavano incontro, ma il cui senso di giustizia e di amore per i loro simili fu più forte della paura e della morte. Ai Gentili (cioè non ebrei) Giusti, gli ebrei d'Europa devono dunque particolare riconoscenza, poiché è anche merito loro se il piano nazista di fare di loro una "razza estinta" non è riuscito fino in fondo.

Nel 1953 il Parlamento Israeliano ha incaricato l'Istituto Yad Vashem di Gerusalemme, il museo-monumento dedicato alla Shoah, di accordare il termine di "Giusti tra le Nazioni" agli uomini che rischiarono le loro vite per salvare gli ebrei, come gesto di riconoscimento e ringraziamento a nome di tutto il popolo ebraico.
Un giudice della Corte Suprema presiede un comitato di personalità pubbliche che assicura che i nominati abbiano agito interamente a loro discrezione, in territori controllati dalle truppe tedesche o da loro alleati e collaboratori, e mettendo a rischio la propria libertà e la propria vita, senza ricevere remunerazioni o compensi di sorta.
Nel 1962, presso lo Yad Vashem è stato inaugurato il "Viale dei Giusti", dove vengono tutt'oggi piantati alberi in loro onore e memoria. Dal 1963 al 2001 sono stati proclamati circa 20.000 Giusti. Fino al 2002, gli italiani erano 295.


Giorgio Perlasca

Commerciante padovano ex fascista convinto, fingendosi diplomatico di Spagna a Budapest, nell'Ungheria occupata dai tedeschi, salvò migliaia di ebrei ungheresi nell'inverno del 1944, rilasciando loro dei salvacondotti e creando otto case rifugio, protette dall'Ambasciata Iberica.

Coprendo ogni sua azione con la bandiera spagnola, quindi di una nazione neutrale, Perlasca recitò la parte del diplomatico internazionale dal 1° dicembre 1944 fino alla liberazione dell'Ungheria, il 16 gennaio 1945.

Tutto ciò, però, avveniva senza che Madrid ne fosse al corrente. Così, grazie alle difficoltà di comunicazione dovute alla guerra e all'intraprendenza di un uomo, migliaia di ebrei ungheresi vennero sottratti a morte certa. Perlasca lasciò Budapest il 29 maggio del 1945, tra una piccola folla di salvati e il ricordo di un giornale locale che salutava con affatto.
Perlasca venne rintracciato nel 1988 da alcuni ebrei ungheresi e per la sua opera fu insignito dell'Ordine della Stella d'Oro in Ungheria. Il 25 settembre 1989 non solo venne nominato "Giusto tra i Giusti", ma gli fu conferita la cittadinanza israeliana e infine, per decreto del Re Juan Carlos di Spagna, fu nominato "Commendatore di numero dell'Ordine di Isabella"


Marcella Girelli

Nata a Roma il 13 maggio 1921, in una famiglia borghese, Marcella Girelli frequentò tutte le scuole presso le Suore di Sion, dove prese i voti poco più che maggiorenne, assumendo il nome di suor Luisa. Nel 1940 l'Italia entrò in guerra, ma la vita del convento continuò a scorrere nei suoi binari di sempre, anche quando nel 1942 il Vaticano affidò all'Ordine di Sion il compito di trasformare in veri e propri moduli le innumerevoli richieste di aiuto nella ricerca di dispersi che arrivavano da tutta Italia. 

Nell'ottobre del 1943, dopo che Roma fu occupata dalle truppe naziste, si ebbe una svolta radicale. Il 16 di quel mese si presentarono alle prote del convento alcune famiglie di ebrei scampati al primo tragico rastrellamento del ghetto, che quella mattina aveva condannato oltre mille persone, bambini e vecchi compresi, alla deportazione ad Auschwitz. 
La Madre Superiora non ebbe esitazioni: il convento doveva accogliere e proteggere tutti i fuggiaschi.
Iniziò così una convivenza molto speciale. Ai rifugiati venne destinata una parte del convento per dormire e cucinare, quando arrivavano nazisti o fascisti a perquisire il convento, le suore avevano ideato un ingegnoso sistema d'allarme per avvisare gli ebrei nascosti, dar loro il tempo di far sparire le proprie tracce e nascondersi. 
Al momento della Liberazione, nel 1945, le Suore di Sion erano riuscite a proteggere e salvare 140 ebrei fra cui molti bambini. Per questo loro atto di coraggio e abnegazione, hanno ricevuto il riconoscimento di "Giuste tra le Nazioni". A ritirarlo, a nome di tutte, suor Luisa.


Odoardo Focherini

Carpigiano di nascita e trentino di origine, uomo acuto, sensibile, estroverso, sostenuto da una grande fede, Focherini ha vissuto intensamente la sua vita, dedicandosi con passione al lavoro, agli amici, al giornale "L'Avvenire d'Italia", all'Azione Cattolica e, soprattutto alla sua famiglia: la moglie e i sette figli.

Grazie al lavoro per la Società Cattolica di Assicurazioni di Verona, che lo portava a muoversi per molte province del nord-est d'Italia, poteva vedere come si stava evolvendo la situazione italiana, quali le difficoltà del Paese sotto la dittatura.

Nel 1942 incontrò degli ebrei scappati dalla Polonia e riuscì ad organizzare per loro una via di fuga. Da quel momento capì che poteva fare qualcosa, che disponeva di contatti e di persone fidate che avrebbero potuto aiutarlo nel caso in cui, anche in Italia, la situazione per la minoranza ebraica fosse precipitata.
Con l'8 settembre 1943, arrivò la conferma ai peggiori timori. Focherini, con l'aiuto del sacerdote Don Dante Sala, riuscì a mettere in piedi una struttura segreta per organizzare l'espatrio di ebrei in Svizzera.
Le persone che lo hanno conosciuto in quel periodo lo ricordano come una persona serena e sorridente, che sapeva incoraggiare i profughi terrorizzati, che aveva sempre una buona parola per loro. Il rischio era alto e lo sapeva: erano in gioco la sua vita e quella della sua famiglia.
Proprio al capezzale di un ebreo da salvare, in ospedale a Carpi, venne arrestato l'11 marzo 1944.
Fu portato prima in Questura a Modena, poi in carcere a Bologna, dove rimase fino al 5 luglio, quando venne trasferito a Fossoli: non era più prigioniero, ma deportato.
A Fossoli sentiva ogni giorno di più che la situazione non si poteva risolvere così velocemente come aveva sperato; infatti, i primi di agosto il campo si trasferì a Bolzano, pericolosamente a nord.
Il 5 settembre varcò il confine e arrivò al campo di Flossemburg, in Germania; da qui venne trasferito al sottocampo di Hersbruck, dove morì il 27 dicembre 1944.
Tante volte aveva sperato e promesso ai propri famigliari il suo ritorno, ma la macchina nazista lo ha intrappolato, togliendo a lui la vita e a noi il prezioso ritorno di un Giusto.


Aldo Brunacci

Nato nel 1914 da una povera famiglia di contadini, Aldo Brunacci aveva studiato a Roma, nell'ambiente delle organizzazioni giovanili cattoliche. All'interno dell'Azione Cattolica imparò a pensare con la propria testa, senza subire la propaganda del fascismo. Tornato ad Assisi, assistette ai pestaggi degli oppositori al regime, alle violenze e agli arbitri, anche nei confronti dei giovani cattolici di cui si occupava assiduamente.

Con l'Armistizio, nel settembre 1943, Assisi si riempì di ebrei in fuga, italiani e rifugiati dalla Germania, dall'Austria, dalla Francia. I frati e il vescovo di Assisi, monsignor Giuseppe Placido Nicolini, non ebbero esitazioni. Più di trecento ebrei vestiti da frati e da suore, nascosti nei sotterranei e nelle cantine, mimetizzati tra li sfollati (italiani provenienti dalle città bombardate) con documenti falsi, trovarono asilo nell'antica cittadina di San Francesco. Padre Brunacci, come collaboratore principale del vescovo, si trovò a gestire questa massa di gente, a nutrirla, proteggerla, procurare documenti falsi, affrontare i nazisti e i fascisti, spostare quelli più a rischio, curare gli ammalati, occuparsi dei non pochi bambini.
Una rete di solidarietà si estese a parroci e sacerdoti di altre zone dell'Umbria; i cittadini di Assisi collaborarono in ogni modo; i fratelli Brizzi, proprietari di una tipografia stampavano documenti falsi per tutti. In una giornata concitata, il vescovo di Assisi, insieme a Brunacci, si trasformò in muratore con calce e cazzuola, per murare nei sotterranei del Vescovado libri di preghiere, oggetti rituali e preziosi appartenenti agli ebrei.
Padre Brunacci fu arrestato dalle autorità fasciste, ma grazie all'intervento del Vaticano poté essere rilasciato dopo un periodo di detenzione. Il vescovo lo spedì a Roma, al sicuro, alla Segreteria di Stato vaticana.
Padre Brunacci è stato riconosciuto come "Giusto tra le Nazioni" dai Yad Vashem e due alberi, per lui e per il vescovo Nicolini, ormai scomparso, sono stati piantati nel Viale dei Giusti.


Giovanni Palatucci 

Come commissario aggiunto di polizia a Fiume, salvò molti ebrei, disattendendo alle procedure di arresto per motivi razziali nell'Italia occupata e non ottemperando agli ordini superiori provenienti dai nazisti. Si hanno notizie del fatto che nel 1939 riuscì a far fuggire 800 ebrei tedeschi verso la palestina.

 Quando dopo l'8 settembre 1943 i tedeschi annessero parte del nord Italia, facendola diventare Adriatische Kustenland, Palatucci restò al suo posto, continuando a contraffare i documenti degli ebrei e permettendo loro di scappare.

Fu arrestato dalla Gestapo il 13 settembre 1944 e venne deportato a Dachau, dove morì il 10 febbraio 1945, pagando con la sua vita la "colpa" di aver salvato persone colpevoli solo di esistere, secondo le leggi del Reich.
Il giovane Stato di Israele lo proclamò in breve tempo "Giusto tra i Giusti" e solo nel 1995, in Italia fu conferita una medaglia al valor civile alla memoria.

Il caso della Danimarca

La Danimarca è l'unico caso di nazione a cui venne conferita l'onoreficenza di "Giusta tra le nazioni". Tutto il popolo danese - compreso il Re Cristiano X e i capi delle chiese - si oppose in modo non violento ed efficace alla deportazione degli ebrei e alla loro ghettizzazione. Pur essendo la Danimarca una nazione sotto l'influenza del Reich, non solo non vi furono applicate le leggi razziali, ma non venne mai imposta la stella gialla ai cittadini ebrei, poiché il Re aveva minacciato di portarla lui per primo in segno di solidarietà.

Quando i nazisti organizzarono la deportazione degli ebrei residenti in Danimarca per l'1 e il 2 ottobre 1943, le autorità danesi sottrassero alla cattura 7906 persone con un esodo via mare verso la neutrale Svezia.

Quest'impresa coinvolse cittadini d'ogni genere e fece sì che di tutta la comunità ebraica danese venissero catturati dalle truppe del Terzo Reich solo circa 500 anziani, per la maggior parte deportati a Terezin e sopravvissuti grazie alle continue pressioni delle autorità danesi.


MULTIMEDIA

I LUOGHI