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Fascismo
e deportazione
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La ragazza sorride ma non si
tratta di un gioco. Di lì a poco molte migliaia di
italiani “non ariani” sarebbero passati per il
camino del Krematorium di Auschwitz-Birkenau. |
Per sette anni, dal 1938 al 1945, l’Italia fascista fu un
Paese ufficialmente e concretamente antisemita; più precisamente,
dapprima (fino al 25 luglio 1943) si ebbe la “persecuzione
dei diritti degli ebrei”, poi (dall’8 settembre 1943
al 25 aprile 1945) la “persecuzione delle vite degli ebrei”.
Il periodo della persecuzione dei diritti può essere convenzionalmente
fatto iniziare il 14-15 febbraio 1938, quando il Ministero dell’Interno
dispose il censimento della religione professata dai suoi dipendenti.
Il 22 agosto 1938 venne effettuato un censimento generale degli
ebrei a impostazione razzista. Nel frattempo in luglio era stato
diffuso il documento teorico “Il fascismo e i problemi della
razza” (poi noto col titolo fuorviante “Manifesto degli
scienziati razzisti”) e in ottobre il Gran Consiglio del fascismo
approvò una “Dichiarazione sulla razza”. La persecuzione
dei diritti (introdotta dalle leggi “per la difesa della razza”
e da numerosi provvedimenti amministrativi) colpì in particolare
i settori del lavoro e della cultura: gli ebrei vennero espulsi
dalla scuola (2 settembre 1938) e da tutti gli impieghi pubblici
(10 novembre 1938), compreso l’esercito, vennero sostanzialmente
emarginati dalle libere professioni ed eliminati dalle attività
culturali; inoltre vennero loro progressivamente limitati gli impieghi
presso ditte private, la gestione di attività commerciali,
le iscrizioni nelle liste di collocamento al lavoro. Vennero posti
limiti al possesso di case, terreni e aziende. La persecuzione fu
di tipo razzista e non religioso (il bambino nato da due genitori
“ariani” era classificato “ariano”, anche
se professante la religione ebraica; e viceversa). Vennero assoggettate
alla persecuzione circa 51 mila persone, cioè poco più
dell’1 per mille della popolazione della penisola. Vennero
vietati nuovi matrimoni “razzialmente misti” di “ariani”
con “semiti” (10 novembre 1938; il divieto riguardava
anche i matrimoni con “camiti”, oggetto peraltro questi
ultimi di una normativa persecutoria autonoma, varata a partire
dal 1936). L’antisemitismo permeò la vita del Paese
in tutti i suoi comparti, a iniziare da quello scolastico.
La persecuzione doveva concludersi con l’allontanamento di
tutti gli ebrei dalla Penisola. Mussolini decise nel settembre 1938
l’espulsione della maggioranza degli ebrei stranieri e nel
febbraio 1940 l’espulsione entro dieci anni degli ebrei italiani.
L’ingresso dell’Italia in guerra il 10 giugno 1940 bloccò
l’attuazione di queste decisioni, e gli ebrei rimasero bloccati
in un Paese che non li voleva. Il fascismo aggravò la persecuzione
dei diritti, istituendo nel giugno 1940 l’internamento degli
ebrei italiani giudicati maggiormente pericolosi (per il regime)
e degli ebrei stranieri i cui Paesi avevano una politica antiebraica,
nel maggio 1942 il lavoro obbligatorio per alcune categorie di ebrei
italiani e nel maggio-giugno 1943 dei veri e propri campi di internamento
e lavoro forzato per gli ebrei italiani.
Durante il periodo dei quarantacinque giorni, il nuovo governo Badoglio
annullò quest’ultima decisione, revocò alcune
norme persecutorie minori, ma lasciò in vigore tutte le leggi
antiebraiche.
Il periodo della persecuzione delle vite degli ebrei ebbe inizio
l’8 settembre e non riguardò gli ebrei dell’Italia
meridionale e insulare, liberata dalle truppe anglo-americane entro
la fine di quel mese. Tuttavia la grande maggioranza dei perseguitati
abitava nell’Italia centro-settentrionale, assoggettata all’occupazione
tedesca e al nuovo Stato fascista poi denominato Repubblica Sociale
Italiana. In queste regioni, la persecuzione fu gestita da tedeschi
e da italiani, tranne che nelle “zone di operazione”
Alpenvorland e Adriatisches Kuestenland (Prealpi e litorale adriatico),
ove fu gestita solo da tedeschi.
I nazisti intrapresero subito la loro politica di arresto-concentramento-deportazione-eliminazione
e di rapina dei beni. Già il 15-16 settembre 1943 arrestarono
e deportarono 22 ebrei di Merano e, negli stessi giorni, rapinarono
e uccisero quasi 50 ebrei (tra i quali, vari milanesi) sulla sponda
piemontese del Lago Maggiore. La prima retata attuata da un reparto
specializzato di polizia fu quella del 16 ottobre 1943 a Roma: quel
sabato vennero rastrellati 1.259 ebrei; due giorni dopo 1.023 di
essi vennero deportati ad Auschwitz (tra di essi vi era anche un
bambino nato dopo l’arresto della madre). Il 1° dicembre
anche le autorità italiane cominciarono ad arrestare gli
ebrei e a internarli in campi provinciali; alla fine di quel mese
iniziarono a trasferirli nel campo nazionale di Fossoli, nel comune
di Carpi, in provincia di Modena.
Nella prima metà del dicembre 1943 le autorità di
Berlino esaminarono la politica intrapresa dalla Repubblica Sociale
Italiana e decisero di lasciarle il ruolo principale nell’organizzazione
degli arresti e nella gestione dei campi provinciali. Nelle settimane
seguenti i due governi conclusero un accordo terribile e segreto
(oggi non attestato da alcuna documentazione, ma comprovato logicamente
dai fatti noti) per l’assegnazione ai tedeschi degli ebrei
che venivano trasferiti dagli italiani nel campo di Fossoli (nel
marzo 1944 anche la gestione del campo di Fossoli fu consegnata
ai tedeschi i quali, a fine luglio-inizio agosto 1944, lo spostarono
a Gries, nel comune di Bolzano). Così, i convogli di deportazione
allestiti dai tedeschi dopo il gennaio 1944 trasportarono anche
le vittime arrestate da italiani e consegnate consapevolmente ai
tedeschi.
Nell’Adriatisches Kuenstenland gli ebrei arrestati furono
raccolti dapprima nel carcere di Trieste e poi nel campo allestito
nella Risiera di San Sabba, e vennero deportati con convogli autonomi.
Dalla Penisola vennero deportate circa 6.800 persone identificate
(di esse, quasi 6 mila furono uccise) e circa 1.000 persone non
identificate. La grande maggioranza dei deportati fu inviata ad
Auschwitz; di questi, pochissimi fecero ritorno. Inoltre più
di 300 ebrei furono uccisi in territorio italiano. Tra tutti gli
ebrei, il gruppo maggiormente colpito fu quello dei 21 rabbini-capo
delle Comunità Israelitiche: 9 di essi furono deportati (tutti
ad Auschwitz, e nessuno sopravvisse).
I perseguitati che non vennero deportati o uccisi in Italia furono
circa 35 mila. Circa 500 di essi riuscirono a rifugiarsi nell’Italia
meridionale; 5 mila-6 mila riuscirono a rifugiarsi in Svizzera;
gli altri 29 mila vissero in clandestinità nelle campagne
e nelle città, protetti da antifascisti e persone dotate
di buon cuore e senso della giustizia.
Circa 1.000 ebrei parteciparono attivamente alla Resistenza; circa
100 di essi caddero in combattimento o, arrestati, furono uccisi
nella Penisola o in deportazion.
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Auschwitz Birkenau, l’enorme
struttura creata dai nazisti per la “soluzione finale
del problema ebraico”: qui erano destinati tutti i
deportati ebrei dall’Europa Occidentale tra cui quelli
italiani |
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